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Read MoreÈ online il numero di aprile 2005 di Fare Voci, a cura di Giovanni Fierro
Il Fare Voci di aprile 2025 è qui. Con una nuova occasione di confronto. Ad iniziare da Vanna Carlucci, che con il suo “La parola anfibia” ci porta nella necessità dello scrivere poesia e nelle domande che alo scrivere danno vita. La poesia è anche protagonista negli inediti in italiano della poetessa austriaca Franziska Raimund e nel nuovo libro di Giovanni Turra “Peepshow”. Ritroviamo Enrico Grandesso con il suo nuovo “Gli altri vedono il clown”, di cui avevamo anticipato un racconto; e la narrativa è presente anche con il testo inedito di Valentina Casadei, “Diciotto metri quadri”. Presenza importante è anche l’antologia “Vorrei che questa poesia non finisse mai” del poeta palestinese Mahmud Darwish, ce ne parla anche Sana Darghmouni che l’ha tradotta. E c’è ancora poesia con Valentina Pasquon e il suo “Per non perdere il conto”, con Monica Messa e le sue pagine di “Una pistola al luna park” e con una selezione di inediti di Mariapia L. Crisafulli. Le immagini sono l’espressione artistica di Alessandro Vascotto.
Buona lettura
Giovanni Fierro
Farevoci, aprile 2025
Intervista ad Alessandro Vascotto:
di Giovanni Fierro
Come sono nate queste immagini? E anche tecnicamente, che percorso di creazione hanno avuto?
Sono fotografie, tendenzialmente scattate a colori. Con Photoshop elimino il colore e definisco il contrasto, la luminosità e i toni apportando tutte le correzioni che ritengo opportune, in certi casi la post-produzione si limita a questo; altre volte realizzo dei fotomontaggi o fotografo qualche mio disegno (di solito un pesce) e lo inserisco nella scena.
Una volta ultimato il file digitale lo faccio stampare su carta e intervengo sulla stampa con pastelli, matite, chine, pittura ad olio, ricolorando l’immagine. Spesso ci scrivo sopra, a volte solo un titolo a volte altro, di preferenza una frase mia o tratta da un libro o da un vocabolario.
La prima impressione è di vivere un qualcosa che viene espresso con molta delicatezza, ma che non ricorda minimamente la serenità, anzi. Mi viene da dire che proprio da questo contrasto, da questo loro attrito, traggono nutrimento e significato. Mi sbaglio?
Non ti sbagli. Sono spazi che hanno una strana inquietudine, la percepisco e scatto la foto. Le immagini poi vanno a sommarsi ad altre mie inquietudini. La sensazione generale è che qualcosa non torni. Uno squilibrio, la sensazione di muoversi su un tappeto di biglie, un’incongruenza. E da questa incongruenza principia qualcosa un’immagine, un pensiero…
La delicatezza. Serve a mantenere intatta quella vibrazione, quello squilibrio, quella precarietà della mente. Equilibrismo.
Perché poi le strutture che porti in queste tue immagini, sembrano gli avanzi di una società, la nostra mi viene da dire… È uno sguardo proiettato al futuro, o è il presente che non vogliamo vedere?
Forse è il passato che non vogliamo vedere. È una nostra precisa attitudine mistificare, in modo consapevole ma soprattutto inconsapevole, ciò che siamo, i nostri obiettivi, le nostre pulsioni. Credo sia una conseguenza del processo evolutivo un po’ incasinato della nostra specie.
Il nostro corpo non tiene il passo della mente e la mente lo perde di vista. Viviamo in un ambiente saturo di messaggi incisivi, contraddittori. Inventiamo mondi rumorosi caotici. Sfuggiamo il presente. Gli spazi e i tempi che definiamo per noi stessi parlano, ci incalzano ci indirizzano e ci plasmano. Segni che rimandano ad altri segni che rimandano a… A volte trovo ci sia troppo rumore: è fantastico trovare dei luoghi dove i significati di cui farciamo le nostre esistenze presentano un alto grado di decomposizione, lì posso vedere lo spazio tornare al suo stato originario, il tempo rallenta e tace.
E guardare questo pesce, questi pesci, saltare e portare il proprio guizzo in questi paesaggi dà l’idea di un qualcosa che ci tiene al proprio stare al mondo, ma che non è ben accolto, ben accetto. Può essere così?
Mi vien da dire che la vita emerge dove trova un varco, la vita emerge per definizione e non chiede il permesso. Certo la vita qui è solo una metafora, il pensiero, l’idea, l’immagine, il sentimento emergono dove trovano uno spazio insaturo, una base instabile, decomposta. E quando me li trovo davanti questi pensieri, queste immagini questi sentimenti vedo (ma penso valga per tutti) un alieno, qualcosa di nuovo.
Conoscere è un’esperienza destabilizzante, riconoscere invece ci permette di fare ordine, di gestire, di cristallizzare ma è un po’ meno stimolante.
Anche la scrittura è presente. Che contributo dà, in che modo appartiene alle foto in cui c’è la sua presenza?
La scrittura è legata a due attività che ho praticato: il fumetto e la pubblicità. In entrambi la parola si combina, a volte in modo didascalico e in altre in maniera laterale, con l’immagine.
Infilarci delle parole mi viene naturale, a volte lo faccio per me, perché ne ho bisogno per un momento, e poi non ricordo bene cosa ho scritto, altre volte le parole mi servono per orientare il senso dell’immagine o per ampliarne il significato.
Le parole mi rimandano all’incongruenza di cui scrivevo all’inizio, con le parole c’è sempre qualcosa che non torna, così le scrivo male e il testo non si legge con chiarezza, ecco di nuovo la base decomposta.
All’orizzonte di alcune foto sono localizzati dei luoghi (quelli scritti a mano trasversalmente) che non sono per nulla rassicuranti, o quantomeno inusuali (Departement for illegal work, Forever Young District…). Che luoghi sono? È che soprattutto sembrano appartenere ad un mondo altro, che sta al di là del presente che è in primo piano, quasi irraggiungibile…
È una possibile skyline di tutte le orribili cazzate che ci vengono proposte ogni giorno, manifestazioni di potere enormi con obiettivi insignificanti, terre promesse che sono discariche, gioie che sono disperazioni e via dicendo. Nello specifico pensavo al Mediterraneo, all’immigrazione, ai simboli di benessere e giustizia che sventoliamo in faccia al mondo sui nostri media. Mi domando cosa vede dall’altra parte di questo mare chi si accinge ad attraversarlo per venire qui.
È un mare con un grande buco, circondato da terre recintate.
Le presenze umane sono poi ridotte al minimo. Da cosa nasce questa scelta, questa decisione?
Minima è l’attenzione che si dà a queste presenze umane.
Giorno dopo giorno la disgrazia si fa sistema e i numeri diventano consuetudine.
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